La mia vita è uno zoo

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Additional Info

  • Sinossi:
    Prima della scomparsa della moglie Katherin, Benjamin Mee era uno scrittore sempre in cerca di avventura al punto che, in un viaggio si era trovato nell’occhio di un ciclone, in un altro era stato circondato, da milioni di api assassine ed era diventato famoso per aver intervistato il presidente venezuelano Hugo Chavez.
    La storia inizia con Benjamin che, non avendo più Karherine accanto che teneva unita la famiglia, ha il compito, per lui nuovo, di occuparsi dei suoi due figli, Dylan di quattordici e Rosie di sette.
    Per superare il tragico momento che sta vivendo, Benjamin pensa di cambiare vita completamente e si mette alla ricerca di un nuovo posto in cui vivere e trovando una magnifica proprietà in campagna, Rosemoor, sotto la pressione entusiastica di Rosie l’acquista, pur sapendo che, alla casa e alla terra, è annesso uno zoo.
    Non appena Duncan, il fratello maggiore di Benjamin, viene a sapere dell’acquisto di Rosemoor esprime, essendo egli un commercialista, tutti i suoi dubbi riguardo all’investimento del fratello ma gli rimane accanto, cercando di sostenerlo anche perché vede che Benjamin e i ragazzi sono entusiasti.
    Appena arriva a Rosemoor, padre e figli incontrano Kelly, una ragazza responsabile dello zoo e che ama molto gli animali soprattutto quelli che le sono affidati.
    Inizialmente Kelly è piuttosto fredda nei suoi riguardi della famiglia Mee perché troppe volte nel passato, ha visto altre persone che, all’inizio, sembravano entusiaste e poi sono scomparse. 
    Quando Kelly vede però che Benjamin lavora con passione e sembra amare gli animali, inizia a cambiare idea su di lui e, a poco a poco, nasce tra loro un’amicizia che li accomuna per il progetto che stanno portando avanti: la risistemazione dello zoo e la sua apertura per la prossima stagione turistica.
    Nella tenuta vive anche la giovanissima Lily Miska che, quando serve, dà un aiuto al ristorante di Rosemoor. Dylon, il figlio maggiore di Benjamin ne rimane affascinato ma, come tutti i ragazzi della sua età, non sa in che modo comportarsi.
    D’altro canto Lily è sempre vissuta più a contatto con gli animali che con gli esseri umani e nei loro primi incontri, vede il ragazzo, innamorato di lei, come un alieno.
    Dylan avrebbe bisogno di consigli e che il padre gli stesse più vicino ma i due, dopo la scomparsa di Katherine, vivono una fase conflittuale in cui è difficile comunicare fino a quando Benjamin che ha capito la “cotta” del figliolo e, soprattutto che Dylan non ha il coraggio di dirlo a Lily, gli racconta quand’egli conobbe sua moglie e come riuscì a esprimerle i suoi sentimenti in “venti secondi di coraggio”.
    Nello zoo vivono anche Peter MacCready, l’architetto visionario, innamorato degli animali che ha ideato i vari recinti cercando di rispettare il loro habitat naturale e Robin Jones, un simpatico tutto fare che lavora, avendo, sempre sulle spalle, un cebo cappuccino di nome Cristal.
    In mezzo agli animali e alle simpatiche persone che lavorano allo zoo, Rosie vive felice anche se non perde mai di vista il papà e si preoccupa per lui.
    Motivo di preoccupazione di Benjamin è l’ispettore dello zoo, Walter Ferris da cui dipende che il suo giardino zoologico possa aprire le porte per la prossima stabione turistica oppure no.
    Ferris è un cattivo soggetto che però ama sinceramente gli animali e quando, attraverso un notevole numero di visite, si rende conto che il nuovo proprietario di Rosemoor e dello zoo li ama anche lui dà il sospirato permesso.
    Il raggiungimento dello scopo per cui Benjain e Kelly hanno faticosamente lavorato fa sì che i due inizino a guardarsi con occhi diversi mentre, finalmente, Dylan fa la sua dichiarazione a Lily e Lily diventa la sua “prima” ragazza.

  • Genere: commedia
  • Regia: Cameron Crowe
  • Titolo Originale: We bought a zoo
  • Distribuzione: Twentieth Century Fox
  • Produzione: Twentieth Century Fox Film Corporation, LBI Entertainment, Vinyl Films
  • Data di uscita al cinema: 8 giugno 2012
  • Durata: 124’
  • Sceneggiatura: Aline Brosh McKenna, Cameron Crowe
  • Direttore della Fotografia: Rodrigo Prieto
  • Montaggio: Mark Rivolsi
  • Scenografia: Clay Griffith
  • Costumi: Deborah L. Scott
  • Attori: Matt Damon, Scarlett Johansson, Thomas Haden Cherch, Colin Ford
  • Destinatari: Scuole Secondarie di I grado, Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:


    BENJAMIN MEE – LA STORIA VERA
    Nel 2006 Benjamin Mee, giornalista britannico del quotidiano The Guardian, e la sua famiglia si sono trasferiti dalla pacifica esistenza nel sud della Francia al Dartmoor Zoo nelle campagne inglesi del Devon. La famiglia comprendeva la moglie Katherine, la madre, il fratello e i figli piccoli Ella e Milo. “È accaduto nell’arco di diciotto mesi tra il 2006 e il 2007 quando, più o meno per caso, abbiamo deciso di comprare uno zoo”, ricorda Mee. “Stavamo cercando una casa ampia in cui, dopo la morte di mio padre, mia madre potesse vivere con la sua famiglia allargata.
    “L’agente immobiliare ci segnalò moltissime proprietà differenti e questa sembrava l’ideale”, aggiunge Mee. “Era un edificio vetusto con dodici camere da letto e un parco di dodici ettari in una bella zona della regione. Ma c’era una complicazione: 250 animali esotici nel parco.
    In dettaglio, c’erano la cucina, i bagni, le camera da letto… e svariati recinti per animali.
    Ovviamente, sulle prime abbiamo riso, ma siamo andati lo stesso a vedere la proprietà. Ci sono sempre piaciuti gli animali e ci siamo innamorati della casa, perciò abbiamo capito che non potevamo tirarci indietro. Lo zoo sarebbe stato chiuso se qualcuno non l’avesse comprato e circa metà degli animali sarebbero stati eliminati, perché era difficile trovare loro una sistemazione in breve tempo. Questo ha suscitato in noi un senso di missione e di dovere che ci ha fatto mettere da parte gli indugi. Una volta acquistata la proprietà, dovevamo assicurarci che lo zoo potesse riaprire al pubblico e diventare una fonte di reddito, il che era di per sé una vera e propria impresa”.
    Nel giro di pochi mesi dopo l’acquisto dello zoo, Katherine, la moglie di Benjamin, che si stava rimettendo dopo essere stata malata di cancro, ha avuto una ricaduta ed è deceduta all’età di quarant’anni. Tre mesi più tardi, Benjamin Mee ha aperto lo zoo.
    Mee ricorda che l’apertura imminente dello zoo fu una buona distrazione dal dolore per il lutto che aveva colpito la famiglia. “Lavorare a stretto contatto con gli animali, la cui vita dipendeva da noi, è stato un processo catartico. Mentre la nostra esistenza era stata scombussolata da un evento tanto doloroso, bastava che guardassimo fuori dalle finestre per vedere la vita intorno a noi. C’erano persone che sorvegliavano e nutrivano gli animali ed eravamo a stretto contatto con l’intero ciclo della vita. Era un gran bell’ambiente in cui riprenderci dal nostro lutto”.
    Essendo stato un giornalista, Mee sapeva di poter scrivere un libro sulle sue esperienze, ma prima ha pensato di tenere una rubrica su un quotidiano. “Ho immaginato che questo fosse un argomento interessante su cui scrivere e, anche quando Hollywood ha acquistato i diritti, non pensavo che il film sarebbe stato realizzato veramente. Quando ciò è accaduto, non mi aspettavo che fosse su scala così grande, con le star e il regista che sono stati scelti”.
    Tutta l’avventura di Mee è stata poi narrata nell’autobiografia bestseller del 2008 We Bought a Zoo: The Amazing True Story of a Broken-Down Zoo, and the 200 Animals That Changed a Family Forever. Nell’autunno del 2007, prima dell’uscita del libro, la storia di Mee è stata ripercorsa in un documentario di successo, trasmesso in quattro puntate sulla BBC Two, intitolato “Ben’s Zoo”.
    Da allora, Mee ha diviso il suo tempo tra la gestione dello zoo e la partecipazione ad alcune conferenze in cui esorta il pubblico a perseguire i sogni che coltiva. “Sono testardo e non mi arrendo mai quando mi dicono che qualcosa è impossibile. Se rinunci in partenza, è sicuro che fallirai. Se ci provi, hai un’opportunità, anche quando sembra impossibile. Se questo messaggio ispira le persone, mi fa molto piacere. Se posso incoraggiare gli altri, anche in minima parte, a inseguire i sogni e vederli avverarsi a dispetto di tutto, sono veramente felice”.


    E adesso parliamo degli zoo di Maria Garbari Clauser
    Sin dai tempi più remoti ci sono state tramandate testimonianze sull’uso di catturare fiere ed animali meravigliosi, le prime, generalmente, per organizzare battute di caccia o per catturarle e farle combattere tra loro e i secondi per popolare i giardini di delizie dei signori di ogni paese di una fauna decorativa e stupefacente. Dalle tombe della necropoli di Saqqara nell’antico Egitto agli affreschi di Thera, testimoni dei raffinati serragli della ricca casta commerciale minoica, ai bassorilievi del palazzo di Assurbanipal a Ninive, è giunta, fino ai giorni nostri, la documentazione dell’abitudine a mantenere in cattività animali delle più diverse specie. 
    Le conoscenze scientifiche attuali si sono accumulate in millenni di osservazioni dal vivo da parte degli studiosi, effettuate generalmente proprio nei serragli delle caste dominanti. Celebri sono, a questo proposito, gli studi di Aristotele sulle faune raccolte da Alessandro nelle sue sterminate conquiste dell’Oriente e le osservazioni molto più tarde, effettuate dal Redi nel serraglio mediceo di Firenze, o gli studi di Buffon e Daubenton nella menagerie di Luigi XVI a Versailles, creata dal re su richiesta dell’Accademia di Francia. Fu dunque presente, fin dall’antichità, un interesse, squisitamente scientifico, nell’allestimento di queste collezioni viventi, oltre che il gusto della “mirabilia”, del raro e dell’esotico.
    Fu proprio la menagerie di Luigi XVI, trasferita dopo la rivoluzione del 1789 per interessamento dell’accademico Saint Pierre al Jardin des Plantes, a costituire uno dei primi giardini zoologici in senso moderno che trovava durante il secolo dei lumi la sua principale ragione d’essere nella proclamata necessità della divulgazione scientifica dello scibile umano e dell’esigenza conseguente di raccogliere in una catalogazione, il più possibile universale, ogni fenomeno della natura. La rivoluzione borghese portava letteralmente gli animali captivi dal serraglio del re al giardino botanico e quindi alla fruizione pubblica. Ma se cambiano in quel tempo radicalmente i fondamenti teorici che motivano l’esistenza del serraglio, non altrettanto mutano i modi della conservazione dell’animale, che ora, come in precedenza, viene esibito in gabbie o recinti, atti, in particolare, a mostrare la fiera in modo da renderla inoffensiva per lo spettatore, con sommarie attenzioni per l’animale captivo, in parte anche per la scarsa conoscenza delle sue abitudini ed esigenze. Un cambiamento avverrà con il diffondersi del gusto per il giardino romantico che influirà sulla formazione degli zoo ottocenteschi di vaste dimensioni con maggiori spazi a disposizione degli animali, distribuiti in parchi, in cui spesso si coltivano rare ed esotiche essenze arboree, richiamantisi agli altrettanto esotici esemplari della fauna che vi era custodita.
    È di questi anni, nel 1822, la fondazione della Zoological Society of London, che crea uno dei più prestigiosi giardini zoologici dell’epoca (1826), arricchito dagli esemplari più rari e sconosciuti, condotti dalle diverse regioni del vasto impero coloniale britannico. Sul finire del secolo il fenomeno si diffonde anche in America e inizia ad assumere un carattere più specificatamente scientifico, definendosi come istituzione con fini di istruzione e ricreazione per il pubblico, di protezione della fauna selvaggia e di ricerca zoologica. 
    La grande innovazione è offerta dall’invenzione di Karl Hagenbeck (1844-1913), un intraprendente commerciante di animali di Amburgo, che modificò radicalmente la struttura organizzativa e morfologica del giardino zoologico, stabilendo i criteri ed i caratteri fondamentali che, ancor oggi, qualificano una moderna esposizione zoologica. Due idee furono alla base della sua riforma. Innanzitutto la scelta dell’acclimatazione dell’animale anche nei casi più difficili come per i grandi mammiferi africani destinati alle città nordiche che Hagenbeck sperimentò sempre con successo, eliminando, in tal modo, i vasti e costosi edifici in cui si tentava inutilmente di ricreare il clima originale dei paesi dei vari animali, per sostituirli con piccoli ricoveri notturni, anche esteticamente più gradevoli. Secondariamente ritenne grandemente nociva per gli animali la solitudine e li raggruppò quindi in aree contigue, secondo l’origine continentale, stabilendo il principio della distribuzione zoogeografica nella loro esposizione, che sostituiva quella sistematica fino allora adottata e corredando tali spazi della flora tipica dell’ambiente originario di ciascuna specie. Continua infatti ad essere presente, accanto all’interesse scientifico e ad un indubbio desiderio di migliorare la situazione ambientale dell’animale captivo, l’elemento spettacolare, che Hagenbeck seppe abilmente sfruttare, inserendo nei suoi Tierpark, teatri all’aperto per l’esibizione degli animali, anche e sempre con grande successo, l’esposizione di razze umane; dagli indigeni africani agli esquimesi, quando il commercio degli animali, estremamente avventuroso, presentava momenti di crisi. L’apoteosi delle teorie di Hagenbeck fu la realizzazione di un grande parco zoologico alla periferia di Amburgo, a Stellingen (1907), dove l’abile uomo d’affari mise in pratica le sue idee, frutto delle osservazioni e del lavoro di tanti anni. 
    L’evoluzione tecnologica e la sempre maggiore diffusione dei media, dall’ultimo dopoguerrra ad oggi, hanno determinato cambiamenti fondamentali nell’approccio all’animale in genere, sia positivamente che, talvolta, negativamente. Ci si può oggi avvalere, con risultati decisamente superiori, di film e documentari fotografici, ormai giunti ad un ottimo livello tecnico e scientifico. Una specie zoological, ripresa nel suo habitat originale, mentre svolge le sue normali attività, è molto più interessante ed istruttiva sul piano dell’informazione di un animale costretto ad una sia pur dorata prigionia.
    Tutto questo porterebbe a pensare che il giardino zoologico sia destinato ad una naturale autoestinzione, cessando la sua fondamentale ragione d’essere. La realtà è più complessa e diversificata. Se infatti la creazione o il potenziamento di aree naturali protette è la corretta risposta alla sempre maggiore richiesta del “prodotto natura” da parte di un’utenza via via più vasta e, nello stesso tempo, assicura la migliore conservazione di una realtà biologica sempre più largamente minacciata, oggi taluni ambienti sono tanto prossimi alla distruzione totale, con scarse o nulle possibilità di ritorno, da richiedere il prelievo di quelli che risultano essere in diversi casi gli ultimi esemplari esistenti di animali in via di estinzione, per cercare di conservarne artificialmente la specie. 
    È questa l’attuale funzione di un moderno giardino zoologico che deve perseguire, innanzitutto, l’obiettivo di conservare e proteggere le specie animali, particolarmente quelle in via di estinzione, svolgere attività di ricerca, volta ad una migliore conoscenza della biologia delle specie ospitate, educare infine il pubblico con una maggiore informazione sul mondo animale ed un rapporto più diretto con esso. Sono stati in questo modo salvati da una probabile estinzione molti animali, quali il cervo di padre David, il cavallo di Przewalski, il bisonte europeo, l’oca delle Hawaii, l’orice bianco d’Arabia. Nel salvataggio di quest’ultima specie è stato fondamentale l’impegno e l’interessamento di due famose associazioni protezioniste. Il World Wildlife Fund e la Fauna Preservation Society di Londra, che hanno organizzato l’intera operazione, finalizzata alla reintroduzione nell’habitat originario della specie, felicemente avvenuta nel sultanato di Oman. 
    La tendenza più aggiornata nell’ostensione della fauna captiva è la presentazione in maniera ecosistematica, limitando al massimo la presenza di recinti e sbarre a vista, sostituiti per lo più da fossati d’acqua, secondo il sistema introdotto da Karl Hagenbeck. Si possono ottenere effetti e risultati di incredibile spettacolarità, come nel giardino zoologico de “La Casa de Campo” di Madrid. In uno spazio opportunamente studiato, sia dal punto di vista ambientale che scenografico, si trovano, ad esempio, fenicotteri, pellicani, trampolieri di vario genere, oche e gazzelle, che propongono una ricostruzione ecologica della Rift Valley dell’Africa Orientale e della sua fauna. In un altro recinto è possibile ammirare zebre con gli gnu, i taurotraghi e le gru coronate, con l’immediata sensazione di trovarsi in pieno Serengeti.
    La funzione didattica ed educativa di uno zoo rimane tra le principali, restando quest’istituzione una delle più facilmente accessibili da una vasta utenza e forse l’unica struttura, all’interno di una città, dove sia possibile un contatto diretto tra l’uomo e gli animali. Oggi, infatti, nonostante la facilità degli spostamenti e degli scambi di informazioni, succede spesso che la popolazione urbana, rappresentante attualmente la percentuale maggiore del totale, veda raramente animali vivi, anche estremamente comuni, come una pecora o una capra. Sono i bambini in particolare che possono abituarsi a familiarizzare con gli animali nei children’s zoos, presenti in numerosi giardini zoologici, dove sono ospitati sia animali domestici che cuccioli di selvatici che i bimbi possono avvicinare e toccare senza pericolo.
    Tuttavia la vera rivoluzione ideologica riscontrabile in questi ultimi decenni anche nel giardino zoologico di stampo più classico, ovvero di un’istituzione destinata alla fruizione da parte del pubblico, è il passaggio dell’animale da oggetto a soggetto. La fauna esposta non è più selezionata in base a criteri di esclusiva spettacolarità, per suscitare meraviglia od orrore ma è rappresentata, in genere, da specie particolarmente in pericolo di estinzione che vengono custodite e protette in queste istituzioni. Il recinto serve più a tener fuori l’uomo che dentro l’animale, per il quale, infatti, in cattività sono proprio i visitatori il maggior fattore di disturbo. Queste ed altre considerazioni avevo fatto nella mia tesi di specialità una ventina di anni fa sul giardino zoologico, un argomento apparentemente futile e di nicchia, e questo libro Zoo. A History of Zoological Gardens in the West, edito all’alba del terzo millennio, le ripropone in gran parte.
    Nell’uno e nell’altro testo ho ritrovato le stesse domande di fondo. Perché il giardino zoologico? Quale è la fascinazione che l’animale selvaggio, ma in cattività, esercita sull’uomo civilizzato? Molte sono le domande, molte sono le risposte. L’evoluzione dal serraglio ai moderni centri di ricerca per le specie minacciate di estinzione ha seguito l’evolversi del rapporto tra la specie umana e la natura. Tuttavia ancora oggi una visita allo zoo rappresenta, in molti paesi, uno dei passatempi più popolari: nel 1995 seicento milioni di persone hanno varcato la soglia di uno dei mille e cento parchi in cui sono esposti animali in cattività, molte di più di quante partecipino ad eventi culturali o sportivi. Gli autori di Zoo suggeriscono: perché è il luogo dove si incontrano animale ed umano, natura e cultura, dove l’uno sta davanti all’altro e dove il secondo si è appropriato del richiamo della foresta, che rimane latente in ogni uomo civilizzato. E dunque, oggi, il giardino zoologico è anche, paradossalmente, un laboratorio dove è possibile osservare l’”homo sapiens” al cospetto del selvatico, sia pure opportunamente circoscritto e regolamentato.

  • Spunti di Riflessione:

    di L.D.F.
    1. Fin dai tempi dell'antico Egitto e degli splendori di città babilonesi nell'Asia minore come Ninive, è sempre esistito l'uso di catturare fiere durante battute di caccia. Perchè molte di queste battute, anche allora, non erano tese all'uccisione degli animali ma alla loro cattura?
    2. Nella Roma imperiale, negli anfiteatri e nei circhi, oltre alle battaglie tra gladiatori avvenivano scontri tra uomini e fiere (o solo tra queste) e le bestie feroci che sopravvivevano acquistavano un enorme valore e alcune venivano salvate per mostrarle al popolo mentre i gladiatori, gli uomini che erano lanciati loro contro, nella vittoria avevano solo un momentaneo successo e dovevano continuare a combattere. Ove non morissero fino a quando? Effettuate ricerche in merito.
    3. Altri animali, nel corso dei secoli, venivano catturati, soprattutto i non pericolosi per il loro aspetto, come scrivono Baratay e Hardouin-Fugier "decorativo e stupefacente". Quale uso si faceva di questi animali. E si può dire che, nel loro uso ci fosse, "in pectore", una sorta di giardino zoologico in miniatura?
    4. Alessandro il grande, oltre a conquistare, nel 300 a.C., buona parte dell'Asia, ebbe il merito di portare dalle lande più lontane animali sconosciuti. Al loro studio scientifico si dedicò il suo maestro, uno dei più grandi filosofi e scienziati della Grecia antica. Qual è il suo nome?
    5. Anche Francesco Redi, uno scienziato vissuto nel 1500, dedicò i suoi studi agli animali esaminandoli , nel serraglio di una delle casate più importanti d'Italia nel secolo XIV e nel secolo XV. Quale era il nome di questa famiglia patrizia e quale città governò?
    6. Perchè la Rivoluzione francese (1789-1794), trasferendo il serraglio di Luigi XVI, al "Jardin de Plates" fu responsabile della costituzione del primo vero giardino zoologico?
    7. Al tedesco Karl Hagenback (1944-1913) si deve la prima vera organizzazione di un giardino zoologico come lo intendiamo noi ora. Tale organizzazione si fondava su due principi. Quali? Effettuate ricerche in merito.
    8. Hagenback costituì anche piccoli zoo detti tiepark, in cui mostrava gli animali e... non solo. Quali erano gli altri esseri che venivano presentati offendendo, oggi, il nostro vivere civile e la nostra morale?
    9. Qual è, secondo voi, la definizione che si potrebbe dare di un giardino zoologico?
    10. Dal secolo scorso a oggi, associazioni di protezione di animali sempre hanno lottato e lottano affinchè gli animali in cattività (anche quelli dei circhi) vengano liberati e condotti nel proprio habitat naturale. Ma mi chiedo e vi chiedo: se ciò avvenisse quanti di loro sopravviverebbero e quanti di loro sarebbero accettati da altri della loro specie? Esprimete la vostra opinione in merito.
    11. Si può affermare che Benjamin Mee il protagonista del film, scrittore giramondo di successo sia dovuto improvvisamente "diventare grande" dopo la scomparsa di Katherine, sua moglie?
    12. Katherine lascia a Benjamin due figli, Dylan di 14 anni e Rosie di 7. Quali sono i rapporti che si instaurano, all'inizio della loro convivenza, tra Benjamin e i due figli?
    13. E' giusta, secondo voi, la decisione di Benjamin, di gettarsi alle spalle il passato per costruirsi una nuova vita in un altro ambiente e in un'altra casa?
    14. Perchè Benjamin, quando si trova di fronte a Rosemoor la tenuta che poi acquisterà, rimane perplesso? E chi è colui ( o colei) che lo convince all'acquisto?
    15. Nel momento in cui Benjamin entra nella sua nuova casa è deciso a dare impulso al piccolo zoo annesso. Perchè Kelly, la giovane direttrice, all'inizio non si fida della sua buona volontà e solo in un secondo tempo accetta di lavorare con lui.
    16. Chi è Duncan e perchè, prima dell'acquisto di Rosemoor, cerca di impedire a Benjamin di acquistarla e poi diventa uno dei suoi più grandi sostenitori?
    17. Chi è Lily e quale rapporto si instaura tra lei e Dylan? All'inizio il rapporto è difficile. Per causa di Lily o per causa di Dylan in relazione alla loro diversa educazione e alla loro diversa provenienza?
    18. Quando Lily vorrebbe modificare in meglio il suo rapporto con Dylan perchè il ragazzo si ritrae?
    19. Quanto conta per Dylan un discorso che egli ha con suo padre quand'egli gli racconta dei suoi "venti secondi di coraggio"?
    20. Perché la piccola Rosie veglia preoccupata e senza farsene accorgere, su suo padre?
    21. Peter è l'architetto che idea e cura i vari recinti degli animali. Egli, pur nel suo modo di fare distratto, ha compreso subito la buona volontà di Benjamin?
    22. Robin Jones, il simpatico custode "tuttofare" dello zoo, va in giro sempre con un cebo cappuccino sulla spalla. Che animale è il cebo e a quale famiglia appartiene?
    23. Perchè il grande lavoro compiuto da tutti nello zoo rischia di essere vanificato da un certo signor Walter Ferris? Che ruolo ha il signor Ferris e perchè lascia preoccupati Benjamin e tutti gli altri per molto tempo?
    24. Qual è lo scopo che si sono prefissi soprattutto Benjamin e Kelly e come riescono a raggiungerlo?
    25. All'inizio della loro conoscenza tra Benjamin e Kelly c'è una certa freddezza (soprattutto da parte di lei). Poi vedendo la buona volontà di Benjamin, Kelly accetta di lavorare con lui e quando, finalmente, entrambi raggiungono lo scopo per cui hanno tanto lottato insieme... cosa accade?

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