Somewhere
Additional Info
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Sinossi:
Hollywood, giorni nostri: Johnny Marco è un attore di punta dell’industria cinematografica, e come tale vive una vita al limite dello sfarzo e dell’esagerazione, senza problemi né preoccupazioni. Il trascorrere delle sue giornate è caratterizzato da tutto ciò che ci si può aspettare da un divo: una camera fissa allo Chateaux Marmont (*), ragazze a non finire, alcool, pasticche ed un party dopo l’altro.
Tuttavia Johnny è tutt’altro che felice; ogni cosa nel suo comportamento suggerisce una situazione interiore di estremo disagio, un disagio dormiente però, anestetizzato da una routine, bordata d’oro. Il protagonista vive, senza percepirlo del tutto, il dramma di chi non ha una meta, di chi anziché vivere la vita si lascia trasportare da essa, trovandosene in balia anziché avendone ben strette le redini; in questo senso la prima scena è fortemente emblematica del suo modo di vivere: un continuo girare in tondo su un mezzo d’eccezione che non gliene fa percepire l’ossessiva e malsana ripetitività, potendo scegliere quando rallentare o accelerare, ma senza poter deviare dal percorso.
Ad alterare l’incedere apatico di Johnny nelle sue giornate vi è l’arrivo di Cleo, sua figlia, frutto di un amore passato. Cleo non viene presentata come un personaggio generalmente assente dalla vita di Johnny anzi si evince che la piccola veda il padre con sufficiente regolarità, anche se per brevi periodi. Il rapporto con la figlia è vitale per l’attore ed indubbiamente salvifico ma il motivo per cui ancora questo non sia riuscito ad interrompere l’orbitare di Johnny ed anzi sia stato inglobato da esso, risiede nella scarsa durata dei periodi che i due trascorrono insieme.
Il vero elemento che va a turbare la stasi interiore di Johnny è la prolungata convivenza con la figlia: inizia così un periodo in cui la piccola Cloe fa breccia nel quotidiano di Johnny, mettendolo in condizione di rivalutare il suo ruolo come uomo e padre. Dal viaggio a Milano ai giorni trascorsi allo Chateaux Marmont i due avranno modo di conoscersi davvero l’un l’altra per la prima volta, in un gioco di espressioni e gesti ben più significativi di qualunque discorso esplicito ed il risultato sarà la rinascita di Johnny dalle ceneri della sua vita trascorsa fino a quel momento alla luce di una presa di coscienza di se stesso e della sua posizione e, per la prima volta in vita sua, consapevole del percorso da seguire.
(*)Costruito nel 1929, lo Chateau Marmont è uno dei luoghi leggendari della tradizione americana, “toccato dallo scandalo e commemorato in letteratura” secondo il Los Angeles Times. Molti lo ricorderanno come il luogo in cui morì l’attore John Belushi nel 1982, per una overdose di eroina e cocaina. L’albergo riproduce la struttura di una residenza francese della Valle della Loira e si staglia su una collina a nord di Sunset Strip dove, tra la Crescent Hills di Hollywood e Beverly Hills si snoda il Boulevard, la zona dei club, dei ristoranti, delle boutique, delle luci al neon e della vita non-stop nella città dei sogni per antonomasia. Impressionante il numero di storie e personalità che le sue stanze extra lusso o più anonime hanno visto passare. Howard Hughes, Greta Garbo, chiaramente da sola, Errol Flynn, Paul Newman, Marilyn Monroe, Boris Karloff, John Lennon e Yoko Ono, Mick Jagger, Led Zeppelin. Allo Chateau si sono incontrati la prima volta James Dean e Natalie Wood, per una lettura dello script di Gioventù Bruciata. Elizabeth Taylor scelse uno degli attici per far recuperare la salute a Montgomery Clift, dopo il terribile incidente d’auto con il quale rischiò la vita nel 1956. Jim Morrison si ferì la schiena dopo aver provato a entrare nella finestra della sua stanza dondolando dal tetto. Robert De Niro talvolta si ritira qui per periodi prolungati. E sempre in questo santuario dello showbiz hanno alloggiato le star del momento, Leonardo DiCaprio, Keanu Reeves, Jude Law, Courtney love, Sting, Sandra Bullock, Johnny Depp, Winona Ryder, Lindsay Lohan, Tobey Maguire e molti altri, contribuendo ad accrescere la sua fama e la sua storia.
- Genere: drammatico
- Regia: Sofia Coppola
- Titolo Originale: Somewhere
- Distribuzione: Medusa
- Produzione: G. Mac Brown, Roman Coppola, Sofia Coppola
- Data di uscita al cinema: 3 settembre 2010
- Durata: 98’
- Sceneggiatura: Sofia Coppola
- Direttore della Fotografia: Harris Savides, ASC
- Montaggio: Sarah Flack
- Scenografia: Anne Ross
- Costumi: Stacey Battat
- Attori: Stephen Dorff, Elle Fanning, Chris Pontius
- Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
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Approfondimenti:
“Provo a realizzare film personali” – Intervista a Sofia Coppola
Domanda: Potresti parlare della frequenza con cui compaiono gli alberghi nei tuoi film?
Sofia Coppola: [ride] Oh, sì. Anche Versailles era simile a un albergo, in Marie Antoinette!
D: Risale all’episodio in New York Stories che hai co-sceneggiato, “La vita senza Zoe”…
SC: Vero. Quando stavo scrivendo Somewhere, ho pensato: “Allora eccomi di nuovo in un albergo.” Durante la mia infanzia ci abbiamo passato molto tempo, di qua e di là, spostandoci da un posto all’altro con mio padre [Francis Ford Coppola] quando stava girando da qualche parte. Da bambina, ho sempre trovato interessante osservare la gente negli alberghi. Diventano il loro mondo interiore.
D: In generale, in che modo un luogo si relaziona e/o influenza il personaggio che stai scrivendo? In Somewhere potrebbe sembrare che lo Chateau identifichi la sensazione di Johnny intrappolato e incapace di maturare.
SC: Quando comincio a scrivere, di solito parto dal personaggio e poi, subito dopo il protagonista, seguono le location che lo modellano; quale città? Quale albergo? [ride]. Un paio di anni fa stavo lavorando a un’altra sceneggiatura, una storia di vampiri. C’era questa star di Hollywood che a un tratto compariva nella storia. Continuava a tornarmi in mente e a pretendere la mia attenzione e ho immaginato che avesse bisogno del suo film. Così per Somewhere ho cominciato proprio dal personaggio di Johnny Marco. Pensavo, “Vive allo Chateau Marmont,” perché sembra che qualunque giovane attore con cui ho parlato abbia una storia che riguarda un certo periodo in cui ha alloggiato allo Chateau. È un compito obbligato; “Sì, ci sono stato un anno”, o “Sono stato allo Chateau un paio di mesi”. È una specie di rito di passaggio; tanto legato al successo a Hollywood, mentre fai vedere che resti sempre con i piedi per terra.
D: Questa forma mentis trova le sue radici probabilmente negli anni Sessanta, Settanta ai tempi d’oro del Sunset Strip…
SC: Ha avuto da sempre un appeal decadente. Sono andata da bambina, prima della sua incarnazione posteriore. Ricordo che negli anni Novanta circolavano delle storie di attori e rock star che distruggevano le loro stanze. Queste storie sono diventate parti di scene mentre scrivevo la sceneggiatura, collegandole al personaggio di Johnny Marco.
D: Puoi entrare nei dettagli del titolo?
SC: È buffo; Somewhere era un titolo provvisorio, si è incollato da solo. Dal momento che volevo che il film fosse un poema sinfonico di questo tempo, nella vita di questo giovane, questo titolo rifletteva la sua consapevolezza, il suo bisogno di andare da qualche parte, anche se non sa esattamente dove. Il film è ambientato nella Hollywood dei giorni nostri, ma non tratta nello specifico il mondo del cinema e non si vede mai Johnny Marco lavorare come attore, chiunque può immedesimarsi nei temi universali della famiglia e della crisi personale.
D: Parlando proprio dello scenario, hai girato film in tutto il mondo, ma non avevi mai fatto prima una “storia su L.A.” finora. La tua descrizione iniziale del film era “una storia intima ambientata nella Los Angeles contemporanea.” Hai sentito che era arrivato il momento di esplorare quella città?
SC: Quando vivevo lì, in California, ho scritto di luoghi lontani, posti distanti. Vivevo a Parigi dopo la nascita di mia figlia e forse quella distanza o una specie di nostalgia dell’America ha fatto nascere in me il desiderio di guardare la California. Ma ho sempre amato quei film iconici su L.A., come Shampoo e American Gigolo, e non ne ho trovato uno recentemente che fosse riuscito a catturare l’atmosfera e le sensazioni di L.A. oggi. All’inizio con il personaggio, ho pensato alla cultura americana pop contemporanea, la sua fascinazione verso il successo e ciò che comporta.
D: I film che hai appena citato hanno tutti evidentemente un protagonista maschile che ha quasi tutto, sono spavaldi e poco a poco subiscono una caduta nel corso della storia.
SC: Hai ragione, ma non stavo pensando direttamente a quei personaggi, più all’atmosfera di quei film. Pensavo alle star di successo che sono morte o hanno tentato il suicidio. Ero curiosa, se vivi una vita di festa continua, piena di ragazze e droghe e tutto, cosa provi svegliandoti al mattino? Trovi un momento per riflettere quando sei solo con te stesso?
D: Tornando a L.A., come è cambiata la città nel 21° secolo secondo te?
SC: Beh, ho vissuto a L.A. negli anni Novanta ed era… Non voglio dire “più innocente”, ma era il periodo prima che lo US Weekly si affermasse, che dilagassero i tabloid e i party con le celebrità. C’erano sensazioni diverse; lo Chateau Marmont non ammetteva paparazzi e non esistevano i reality show. Mi pare ce ne siano in abbondanza oggi e sembra che la gente faccia il check-in solo per essere fotografato. Lo Chateau sembrava, in genere, più un mondo privato, adesso invece è diventato il centro proprio di quella parte di cultura pop.
D: È diventato più che un segreto di Pulcinella; “È una questione privata -”
SC: “Ma voglio che mi facciano una foto.”
D: In termini logistici, dopo il precedente Marie Antoinette, questo film era molto più semplice da realizzare. Ma non è difficile girare un film a L.A. oggi?
SC: Non mi pare; abbiamo lavorato fuori dai riflettori e non avevamo superstar, quindi potevamo spostarci e fare le nostre cose. Dopo Marie Antoinette, che aveva tantissimi costumi e oggetti di scena, è stato liberatorio avere un troupe più piccola e molto simile alla mia esperienza con Lost in Translation. Queste sono state le riprese più piacevoli e con meno stress che ho mai realizzato. Per me, questo è stato un buon esperimento, incentrare un film su due soli personaggi, focalizzato sulle loro storie intime, passando anche molto tempo solo con uno di loro. Non volevo che nessuno degli spettatori guardandolo fosse consapevole del processo di lavorazione per realizzare il film, solo di stare lì insieme al personaggio.
D: Quindi l’estetica si è rivelata mentre stavi scrivendo la storia?
SC: Sicuro. Cosa succede quando sei solo con te stesso allo Chateau, nel momento in cui devi guardarti allo specchio, che è sempre spaventoso per tutti. Ci sono così tante distrazioni nella vita moderna, specialmente nella cultura che circonda lo show business a L.A. Puoi restare distratto per sempre; quand’è che metti da parte quelle distrazioni e guardi davvero te stesso? L’intenzione era quella di prenderci del tempo per stare da soli con Johnny; la sceneggiatura era molto minimale.
D: Avevi un piano B se lo Chateau non avesse consentito le riprese? C’era un albergo di riserva?
SC: No. Doveva essere lo Chateau, era un elemento essenziale, il terzo personaggio principale del film. Molte volte non ho un piano B, devo trovare il modo di far funzionare le cose oppure ripensare tutto da capo. Fortunatamente, il proprietario, André Balazas e il direttore, Philip Pavel sono stati molto cortesi ad aprirci le porte.
D: E non hai dovuto chiedere di rimuovere o abbattere un muro?
SC: Giusto. Il direttore della fotografia Harris Savides è impressionante perché riesce a girare ovunque. È sempre pronto! Pensavo che per la scena delle gemelle avremmo dovuto trasferirci in una stanza più grande, ma abbiamo risolto spostando le cose e ha funzionato.
D: Il film sembra girato in maniera classica, non improvvisato; ed è su pellicola 35mm invece che in alta definizione digitale [HD].
SC: Ho sempre girato in pellicola. Mio padre è il tipo da HD e pensa che sia dolce che mio fratello Roman ed io siamo così sentimentali e la preferiamo. La pellicola ha una qualità che è unica e bella. Spero che potremo continuare a utilizzarla ancora per un po’. Le lenti che abbiamo usato per girare Somewhere sono le stesse che mio padre ha utilizzato per Rusty il selvaggio [1983]. Roman mi disse che le avevamo ancora, Harris voleva provarle e Rusty il selvaggio è uno dei miei preferiti. Così ho pensato, bene usiamole. le lenti erano in magazzino e abbiamo dovuto pulirle e restaurarle. Sono lenti Zeiss che hanno una qualità più tenue; l’HD ci ha abituati all’assoluta nitidezza, ma in questo caso volevo ottenere una sensazione più romantica.
D: Di per sé non c’è una storia d’amore nel film, piuttosto il grande amore tra un padre e una figlia. Quanto ti assomiglia il personaggio di Cleo?
SC: Il personaggio di Cleo si ispira a una mia giovane amica di quell’età, figlia di due persona che lavorano nello spettacolo, ma anche ai ricordi del mio passato avendo un padre potente dal quale le persone si sentivano attratte, dallo stare accanto e avere un padre che si occupa di cose fuori dall’ordinario. Non parla solo di me, ma ci sono cose della mia infanzia. In tutto quello che faccio come sceneggiatrice e regista c’è un collegamento personale. Le tue esperienze di vita di certo influiscono su ciò che scriverai. Dopo Lost in Translation questo è la sola mia altra sceneggiatura originale diventata un film. Sento che quei film sono più personali rispetto agli altri basati su libri o altro, perché li senti attraverso le tue proprie esperienze e pensieri. Ammiro chi fa film in modo personale, quelli che nascono dal punto di vista unico di chi lo realizza. Perciò io provo a realizzare film personali.
D: Con i tuoi personaggi principali ti relazioni più sul piano dell’empatia piuttosto che esprimere un giudizio o accondiscendere.
SC: Voglio raccontare le loro storie, immaginare com’è per quelle persone trovarsi a una svolta delle loro vite. In Somewhere volevo immedesimarmi nella mente di Johnny. Ho fatto un mare di domande a Stephen, perché questo personaggio era un uomo e gli altri miei film hanno parlato più che altro delle donne. Ma avevo comunque un senso di chi era Johnny dalle persone che conosco. Quello che ho cercato di fare è tentare di mostrare un punto di vista che magari qualcuno non potrebbe vedere in altro modo. Ho vissuto in un mondo di privilegiati; se ne sei al di fuori potresti pensare che ne saresti soddisfatto in tutto e per tutto, ma non è necessariamente così.
D: Ogni cinefilo ha il proprio Johnny Marco, sono fedeli ad attori o attrici che però forse non hanno sviluppato tutto il loro potenziale.
SC: Ci sono quelli che ti piacciono, attori per cui hai una specie di fissazione. Ci sono stati giovani attori che poi sono cresciuti e o hanno scelto di farsi una famiglia o hanno preso la strada del tipo anziano nei locali, senza mai evolversi. Volevo che Johnny si trovasse proprio in un punto della sua vita dove è costretto a guardare sé tesso e scegliere, cosa con la quale tutti noi possiamo confrontarci, dovendo decidere che tipo di persona diventeremo. Quindi Johnny è un mix delle persone che conosco o che ho incontrato o di cui ho sentito qualcosa. Ho parlato con qualcuno convinto che stessi pensando a lui descrivendo Johnny.
D: Com’erano le conversazioni tra te e Stephen?
SC: Speravo nella collaborazione di Stephen. Ho sempre pensato che avesse del talento. Lo conosco da un po’ e volevo vederlo fare qualcosa che non aveva mai fatto prima, un lato che non aveva ancora mostrato al pubblico. Quando gli ho spedito lo script, mi disse: “Lo faccio. Posso relazionarmi totalmente con questo tipo”. Stephen ha la reputazione di essere un dongiovanni, ma ha anche una sorella più piccola dell’età di Cleo con cui è molto legato.
D: Hai scritto la sceneggiatura pensando a Stephen?
SC: Quando stavo lavorando sull’altra sceneggiatura e mi è venuto in mente questo personaggio l’ho visualizzato da subito come Stephen. Mi sono stati suggeriti altri attori successivamente, ma sono tornata alla mia prima scelta, Stephen.
D: Cosa ti ha colpito in Elle Fanning per la parte di Cleo?
SC: Mi trovavo a Los Angeles e il produttore esecutivo Fred Roos mi disse che aveva visto Elle alla proiezione de Il Curioso Caso di Benjamin Button, nel quale aveva una piccola parte e credeva che era molto brava, che di persona c’era qualcosa in lei e che quindi l’avremmo incontrata nel pomeriggio. Pensavo, “Oh, sarà il Ragazzino Prodigio di Hollywood e probabilmente non quello che ho in mente”. Volevo un bambino che sembrasse reale, in contrasto col mondo dello spettacolo. Poi abbiamo incontrato Elle e siamo stati catturati. Era proprio dell’età che volevo. Fred voleva farmi incontrare con tutte le altre giovani attrici lì fuori e l’ho fatto, ma sempre continuando a paragonarle con lei; “Non è Elle”. È bello guardarla, spicca, ha una scintilla, è piena di vita e ha dato davvero tanto a Somewhere. Ho cercato di non interferire troppo con quello che faceva perché è proprio brava e molto istintiva.
D: Avete provato insieme con Stephen e lei?
SC: Abbiamo avuto un breve periodo di prova, con qualche improvvisazione per fargli accumulare un po’ di storia insieme. Hanno fatto centro, ero così felice. Sono andata a giocare a bowling con loro e la co-star Chris Pontius. Ho chiesto a Stephen di andare a prendere Elle a scuola e di portarla da Color Me Mine [lo studio di ceramiche personalizzate] così che avessero del tempo per legare. Stephen è anche andato alla partita di pallavolo di Elle e l’ha incitata dagli spalti e insieme hanno pranzato con Lala Sloatman, che recita nel ruolo della madre di Cleo, la ex-moglie di Johnny. Per la relazione padre/figlia, il loro conoscersi poco a poco, ho pensato anche a Paper Moon, che adoro. Ho chiesto a Stephen di guardarlo.
D: Cleo viene presentata attraverso una sequenza di pattinaggio sul ghiaccio. Come sei arrivata a concepire questa scena come un sotterraneo punto di svolta, con la canzone “Cool” di Gwen Stefani in mente?
SC: La storia comincia su toni scuri e da sola Cleo la illumina. Volevo che Johnny facesse le solite cose da genitore all’inizio e quindi porta Cleo alle lezioni di pattinaggio. Il suo scivolare sognante sul ghiaccio è la sua purezza, in contrasto con le spogliarelliste che abbiamo visto accompagnarlo nel suo mondo. Volevo che la musica si sentisse veramente sulla pista in quel momento, fosse parte dell’esperienza. “Cool” è una canzone dolce ed è credibile che una bambina di undici anni possa pattinare ascoltandola. Sono così felice di aver avuto quella canzone, mi piace la maniera in cui si sposa con la sequenza; è genuina. Volevo mostrare che è una ragazza in quella fase poco prima dell’adolescenza; il modo di Johnny di comportarsi con le donne, ho pensato che deve essere molto complicato avere una bambina che sta diventando una donna. Ecco cosa racconta questa scena per me.
D: Ma lo viviamo come un bel momento. I personaggi forse non se ne rendono conto perché presi nel momento, ma noi lo vediamo e tu che stai dietro alle lenti lo vedi di sicuro.
SC: Sì, lo vedo nella vita vera, osservi questi momenti che possono avvenire nei posti più banali. Sono momenti magici, ma sono reali e avvengono intorno a noi, se li cerchi. Quando ripensi a momenti che ti commuovono, non devono essere per forza episodi drammatici. Possono essere episodi che non sono niente di eccezionali, molto ordinari.
D: Com’è stato lavorare in Italia?
SC: Lavorare all’estero comporta delle sfide; ognuno ha il suo stile nel fare le cose. Ma preferisco sempre girare nei luoghi reali, piuttosto che ricreare Milano a L.A. Non avrebbe lo stesso senso se anche i figuranti sono posticci.
D: Hai coinvolto alcune persone dello spettacolo, come Maurizio Nichetti per la sequenza del Telegatto…
SC: L’hanno fatta sembrare più autentica, specialmente al pubblico italiano che guarderà il film. Anni fa sono stata con la mia famiglia ai Telegatti. La televisione italiana è molto peculiare e molto diversa dalla nostra, sopra le righe. Trovarsi in quel contesto straniero crea un legame ancora più forte tra Johnny e Cleo.
D: Mentre si guarda il film, non c’è nessun melodramma indotto artificialmente, come una battaglia per la custodia o un giro al Pronto Soccorso…
SC: Mi avevano suggerito qualcosa di simile, ma penso che nella vita reale queste cose non capitano sempre. Non diventi più consapevole attraverso qualcosa di grande e drammatico; possono essere i dettagli che noti. Passare del tempo con la figlia in modo più consapevole rispetto a prima, determina dei cambiamenti in Johnny e credo che il film si concluda con una nota di speranza.
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Spunti di Riflessione:
di Marco Patrizi
1) “Somewhere”: da qualche parte; un titolo che fa pensare ad una ricerca, un moto a luogo, volto al raggiungimento di una meta, sia essa un punto di arrivo o semplicemente lo stesso muoversi. Riflettete su questo titolo ed integrate le vostre riflessioni dopo la visione del film. Secondo voi Somewhere quali diversi significati può assumere?
2) Il film si apre con una scena molto particolare: che lettura ne fareste? È possibile evincere immediatamente qualcosa sullo stile di vita del protagonista?
3) Considerate ora la scena con cui il film si chiude: quali differenze ed analogie riscontrate con la scena iniziale? Come decifrereste queste due scene nel contesto della lettura generale del film?
4) Il protagonista non ci viene immediatamente presentato per ciò che è all’interno della società, sono le situazioni in cui lo vediamo immerso a permetterci di connotarlo passo dopo passo. Come definireste il suo stile di vita?
5) Automobili lussuose, alcool, donne, una camera fissa allo Chateau Marmont uno degli hotel più raffinati di Beverly Hills; eppure tutto in Johnny Marco suggerisce uno stato d’animo imprigionato nella stasi più totale, un procedere per inerzia, da un punto all’altro, senza la possibilità che nulla riesca a scuotere tale torpore esistenziale. Quali sono secondo voi i fattori responsabili di questa apatia fisica e mentale in Johnny?
6) La scena della conferenza stampa è ampiamente esplicativa. Come si pone l’attore nei confronti delle domande che gli vengono poste? Cosa riflette il suo atteggiamento?
7) “Chi è Johnny Marco?” : una domanda che i giornalisti rivolgono al protagonista. Secondo la vostra opinione, cosa cela di lampante il suo silenzio? Provate voi a rispondere a questa domanda, e provate a delineare un profilo del protagonista, dopo la proiezione, analizzandone i tratti introspettivi che hai potuto evincere dalla visione del film.
8) Cleo, la figlia undicenne di Johnny, frutto di una storia d’amore naufragata. Che effetto ha la figlia sul protagonista? Come definireste il rapporto tra i due?
9) L’arrivo di Cleo non è un qualcosa di struggente ed improvviso; è facilmente intuibile che la piccola veda il padre con sufficiente regolarità, ma per brevi periodi; tuttavia, per una volta, i due si trovano a trascorrere insieme un periodo di tempo più lungo del solito: che effetto ha su Johnny la convivenza con la figlia?
10) Operate una scelta tra le scene del film selezionando quelle che, a vostro parere, mostrano maggiormente il lato interiore di Johnny con tutte le sue sfaccettature; quali vi sembrano più rappresentative a questo proposito?
11) Le scene del film sono molto lunghe e respirate, i toni sono lenti, la fotografia neutrale. Intravedete un collegamento tra le scelte di regia ed il fine narrativo del film?
12) Papà e figlia che prendono il sole in piscina, sdraiati l’uno di fianco all’altra: si tratta di una sequenza importante. Riflettete sull’uso della macchina da presa che viene fatto ed, anche in base ad esso, esprimete una vostra opinione sul significato di questa scena.
13) La colonna sonora è un elemento molto importante in un’opera cinematografica; tuttavia in Somewhere è a mala pena percettibile ed anzi, eccezion fatta per la musica riprodotta da oggetti interni alla narrazione (ad esempio lo stereo delle lap dancers, l’I-Pod di Cleo, il videogioco musicale o la musica alla pista di pattinaggio), è quasi assente. Qual è la vostra opinione in merito?
14) Dopo aver risposto alla domanda precedente, indicate una riflessione più generale sull’utilizzo del sonoro nel film.
15) Suddividete il film in sequenze, seguendo le tappe del percorso esistenziale di Johnny: quali sono gli avvenimenti che costituiscono una svolta all’interno di tale percorso?
16) A quali avvenimenti, apparentemente ordinari e casuali, attribuiresti un significato intrinseco maggiore di quel che hanno ad uno sguardo superficiale?
17) Soffermatevi sul lungo momento filmico in cui il protagonista e la figlia trascorrono del tempo a Milano: quali avvenimenti caratterizzano il loro soggiorno? Che immagine, secondo voi, viene data dell’Italia?
18) Somewhere è stato presentato in concorso alla 67ª Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, nell’ambito della quale ha ricevuto tra molte critiche e polemiche il Leone d’Oro al Miglior Film dalla giuria che ha avuto come presidente Quentin Tarantino; se avete visto altri film del festival vi trovate d’accordo con la scelta della giuria?
19) Quali altri film in concorso alla 67ª Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia avete visto? Potete indicarne qualcuno che, secondo voi, sarebbe stato più meritevole di Somewhere per il Leone d’Oro al Miglior Film? Giustificate la vostra scelta.
20) La regista Sofia Coppola risponde alla richiesta di elaborare il titolo del film: “È divertente a pensarci; Somewhere era un titolo temporaneo ma, alla fine, è rimasto lì. Sin da quando ho pensato il film come una sorta di poema narrativo dei giorni nostri sulla vita di quest’uomo, questo titolo ha riflesso perfettamente la sua consapevolezza della necessità di muoversi e andare da qualche parte, anche se neanche lui sa bene dove. Il film è ambientato in una Hollywood dei giorni nostri che però non mostra nulla della sua veste di centro nevralgico del business dell’industria cinematografica e Johnny non lo si vede mai nel suo lavoro di attore; ognuno di noi può identificarsi con i temi universali della famiglia e della crisi personale” Riflettete sulle dichiarazioni della regista; come si collocano nella rete delle vostre riflessioni personali?
21)Siete d’accordo sull’universalità dei temi proposti e sulla facilità nell’identificarsi con essi secondo la regista?
22) La conclusione: l’abbandono della macchina; un punto di arrivo oppure un punto di partenza? Riflettete sull’epilogo della narrazione.
21) Avreste scelto un finale diverso? Lo trovate coerente con il significato generale del film?





