Noi credevamo
Additional Info
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Sinossi:
Davanti alle teste mozzate dei leggendari banditi Capozzoli, promotori di una rivolta repressa nel sangue dall’esercito borbonico, Domenico, Salvatore e Angelo, poco più che adolescenti, giurano di consacrare la propria vita alla causa della libertà e dell’indipendenza dell’Italia.
Qualche anno più tardi, abbandonato l’aspro natìo Cilento, i tre giovani amici si affiliano alla Giovane Italia di Giuseppe Mazzini, raggiungono Parigi, dove hanno modo di conoscere l’affascinante principessa Cristina di Belgiojoso, fervente repubblicana e patriota, ma anche paladina dei diritti delle donne e dell’istruzione del popolo, e infine partecipano al tentativo di assassinare Re Carlo Alberto e ai moti savoiardi del 1834.
Il fallimento di entrambe le missioni marca una profonda crisi nei tre giovani patrioti, acuendo le differenze di classe che già in partenza rendevano diversi Angelo e Domenico, di ceto nobiliare, da Salvatore, umile figlio del popolo. Mentre Domenico si rimbocca le maniche e riprende l’attività cospiratoria, Angelo, approdato a una visione demoniaca della rivoluzione come teatro di pura violenza, uccide Salvatore, a torto o a ragione accusato di essere diventato una spia. Passano gli anni, passa il ’48.
Domenico, caduto in un’imboscata borbonica, viene condannato a una lunga pena detentiva. In carcere, l’amicizia di alcuni compagni di pena, soprattutto quella del sensibile Duca Sigismondo di Castromediano, lo aiuta a sopravvivere al sadismo delle guardie e al rimpianto della perduta libertà.
Ma più il tempo passa più l’abisso che divide i repubblicani dai monarchici e i borghesi dai poveri si allarga: anche se condividono la pena, i patrioti sono sempre più divisi e lacerati fra fazioni contrapposte, e appare sempre più chiaro a Domenico che l’unità, se e quando ci sarà, non sarà di tutti gli italiani, ma solo di pochi privilegiati. Finché a Domenico, da sempre repubblicano, non tocca di assistere in disparte, con amara rassegnazione, al brindisi con il quale tutti i patrioti reclusi giurano fedeltà alla causa monarchica.
Angelo, intanto, sempre più posseduto dall’ossessione della violenza e del gesto risolutore, si reca a Londra e, entrato in contatto con i circoli radicali ispirati dal francese Simon Bernard, uno dei tanti rivoluzionari in esilio, rompe con Mazzini e si lega a Felice Orsini.
Mazzini, dal canto suo, è in affanno sia perché il suo astro tra i rivoluzionari europei è fortemente decaduto, sia perché l’azione politica in Italia è ormai definitivamente passata alla monarchia piemontese ispirata da Cavour.
In questo clima di aspre incertezze matura il piano di Orsini per attentare alla vita di Napoleone III, a cui Angelo partecipa attivamente. Il bersaglio è fallito, ma le bombe provocano una strage tra la folla innocente: otto innocenti perdono la vita e centocinquanta sono i feriti. Catturato e processato, Angelo muore sul patibolo con Orsini. Fra la folla che assiste sgomenta all’esecuzione c’è Domenico, ormai uscito di prigione.
Nemmeno la conseguita Unità riesce a placare l’animo inquieto di Domenico. Il Risorgimento si è risolto, per lui, in una conquista di pezzi d’Italia da parte dei Piemontesi, il cui atteggiamento oppressivo e colonialista nei confronti dei meridionali rischia di far rimpiangere i Borboni.
Nonostante la sua vecchia amica Cristina di Belgiojoso non cessi di raccomandargli moderazione, Domenico, ormai un maturo cinquantenne, ritorna nel suo sud sconvolto dalla guerra civile per seguire Garibaldi nel tentativo di conquistare militarmente Roma in contrasto con i voleri del neoparlamento italiano (1862).
Qui ha modo di conoscere un giovane che intende partecipare anch’egli alla spedizione, un cilentano come lui.
Costui altri non è che Saverio, figlio di quel Salvatore che la mano spietata di Angelo aveva spento quasi trent’anni prima.
E con grande disperazione Domenico non potrà impedire, naufragata l’impresa sulle montagne dell’Aspromonte, che il giovane Saverio perda la vita per mano della brutale repressione piemontese. Scampato miracolosamente egli stesso al plotone d’esecuzione grazie all’intercessione di Sigismondo di Castromediano, del mesto e vinto Domenico non resta che l’ombra, a vagare per le strade della nostra Italia contemporanea.
Mario Martone, Giancarlo de Cataldo
- Genere: drammatico
- Regia: Mario Martone
- Titolo Originale:
- Distribuzione: 01 Distribution
- Produzione: Palomar in collaborazione con Rai Cinema e Rai Fiction
- Data di uscita al cinema: 12 novembre 2010
- Durata: 2h50'
- Sceneggiatura: Mario Martone – Giancarlo De Cataldo
- Direttore della Fotografia: Renato Berta
- Montaggio: Jacopo Quadri
- Scenografia: Emita Frigato
- Costumi: Ursula Patzack
- Attori: Luigi Lo Cascio, Valerio Binasco, Francesca Inaudi, Andrea Bosca, Luca Barbareschi, Toni Servillo, Luca Zingaretti, Anna Bonaiuto
- Destinatari: Scuole Secondarie di I grado, Scuole Secondarie di II grado
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Approfondimenti:
Cenni storici, approfondimenti, curiosità di L.D.F.
Il Congresso di Vienna nel 1815 aveva ripristinato lo “status/quo” in quasi tutti i paesi europei, ridando gli Stati ai loro vecchi signori dopo la ventata di entusiasmo napoleonico che aveva bagnato di sangue molte terre in cui si era combattuto.
Il Regno delle Due Sicilie venne restituito ai Borboni il cui re Ferdinando IV cambiò il proprio nome in Ferdinando I, dando l’impressione di dare inizio a una nuova era di pace e prosperità per il sud Italia.
Invece, non fu così: Ferdinando che, nel 1799, aveva subito l’onta di vedere la sua Napoli trasformata dai francesi in Repubblica partenopea, il tradimento di Francesco Caracciolo l’ammiraglio della sua flotta, la perdita di tutte le sue navi e solo, con la protezione di Orazio Nelson, era riuscito a riparare in Sicilia con la sua famiglia, non aveva dimenticato, pur essendo poi ritornato ed essendosi vendicato dei liberali che avevano creduto nei francesi.
Successivamente, nell’epoca dello splendore dell’epopea napoleonica aveva perso nuovamente il suo regno che Napoleone aveva “donato” a suo cognato, Gioacchino Murat.
Quando, dopo Vienna, Ferdinando tornò nel suo paese, nonostante la resistenza di Murat, attuò una politica di repressione contro tutti quelli che potevano modificare il “suo” ordine costituito (non per niente il motto del suo governo era ”Festa, farina e forca”): rivoluzionari, banditi, assassini e ladri. Nel 1828 vennero catturati dall’esercito borbonico i fratelli Capozzoli che erano stati promotori di una rivolta popolare (avevano fame) e che vennero giustiziati.
Da questa vicenda ha inizio il film di Mario Martone.
La situazione in tutta Europa, comunque, dopo l’impero napoleonico non ridivenne tranquilla, soprattutto in Italia, dove ci fu un notevole aumento degli iscritti alla Carboneria che propugnava l’ideale di un’Italia unita e repubblicana.
Anche Giuseppe Mazzini, nel 1827, si iscrisse alla Carboneria e nel 1830 fu arrestato a Genova (in seguito a una delazione), condotto alla fortezza di Savona da dove uscì nel 1831.
Nello stesso anno fondò La Giovane Italia. Antonio Gallenga altro giovane repubblicano si iscrisse nel 1833 alla società segreta mazziniana dopo aver partecipato ai moti di Parma del 1830-1831.
Nel 1834, Mazzini che, intanto aveva conosciuto e affiliato Garibaldi alla Giovane Italia organizzò un moto rivoluzionario che avrebbe dovuto sconvolgere lo stato sabaudo dalla Savoia a Genova.
Mazzini contava molto su Garibaldi che, imbarcato con un nome falso su una nave della marina piemontese, avrebbe dovuto far sollevare i marinai in nome di un ideale repubblicano di cui non sapevano nulla.
Nello stesso anno Gallenga progettava di uccidere re Carlo Alberto, ma l’impresa venne interrotta da una delazione e i capi delle sommosse dovettero ripiegare all’estero: Mazzini e Gallenga in Inghilterra e Garibaldi (condannato a morte) in Brasile.
Nel 1848 ci fu una sollevazione popolare in quasi tutta l’Europa, in quanto i popoli, stanchi di non avere alcun diritto in regime di monarchia assoluta chiedevano a gran voce una costituzione che garantisse, almeno in parte, i loro diritti. Stranamente, il primo a concedere in Italia una, sia pur minima costituzione, che poi cancellò dopo la gloriosa pagina della Repubblica romana (1848-1849), fu Papa Pio IX seguito, da Leopoldo d’Asburgo Gran Duca di Toscana e da Carlo Alberto, re di Sardegna che emanò lo Statuto Albertino.
Il Lombardo Veneto che era sotto l’Austria ebbe una dura rivolta a Milano (18-22 marzo 1848) da parte del popolo capeggiato dai liberali lombardi che comunque sapevano che mai e poi mai l’Austria avrebbe concesso una costituzione.
La rivolta venne soffocata nel sangue e questa tragedia fece decidere il sempre indeciso Carlo Alberto (detto anche re Tentenna o re Travicello) a dichiarare guerra all’Austria.
L’imperizia, la presunzione e l’incapacità dei generali piemontesi nel 1848 e alla ripresa della guerra nel 1849 fecero sì che l’esercito piemontese fosse gravemente sconfitto, nel ’48 a Custoza e nel ’49 a Novara. Carlo Alberto, dopo aver firmato una pace onerosa, abdicò e sul trono piemontese salì suo figlio, Vittorio Emanuele II.
Nello stesso periodo cominciò ad emergere, nel settore politico piemontese, un giovane nobile, Camillo Benso Conte di Cavour che, nel 1850 nel governo di Massimo d’Azeglio, ricoprì l’incarico di Ministro dell’Agricoltura. Nel 1852, Cavour, ritenendo la politica di d’Azeglio troppo succube della destra, si mise d’accordo con Urbano Rattazzi, di formazione repubblicana, fece cadere il governo D’Azeglio e divenne primo ministro.
Cavour capì subito che, per risolvere la “questione italiana”, fosse necessario inserirla in un quadro più ampio della diplomazia internazionale e, soprattutto, cercare alleati in Europa. Intanto, nel 1848, in Francia, dopo la sollevazione del popolo, era diventato Presidente della Repubblica, Luigi Napoleone, nipote del grande corso che, nel 1852 con un colpo di stato, riuscì a farsi nominare imperatore dei francesi al contrario dello zio che si era, nel 1805, autoproclamato imperatore di Francia.
Cavour cominciò ad intessere intorno a Napoleone III (III perché il secondo era l’Aiglòn, figlio di Napoleone I) una rete diplomatica e non, usando anche il fascino di una sua cugina, Virginia, contessa di Castiglione oltre all’abilità diplomatica di Costantino Nigra, suo plenipotenziario alla corte francese, per far sì che l’imperatore iniziasse a occuparsi dell’Italia Nel 1855, Cavour ebbe un’idea brillante: era scoppiata la guerra di Crimea per il possesso dello stretto dei Dardanelli, in mano a una debole Turchia, tra la Russia che voleva uno sbocco al mare Mediterraneo e Francia e Inghilterra che volevano impedire a tutti i costi che l’impero russo riuscisse ad entrare in un mare in cui i due Stati giocavano da padroni. Cavour, dopo una richiesta della Francia, di un aiuto militare a livello mercenario, rispose che il Piemonte, solo come “alleato”, avrebbe inviato i suoi soldati.
Francia e Inghilterra accettarono e il Piemonte mandò in Crimea un reggimento di bersaglieri, al comando del generale La Marmora che si comportò valorosamente nella battaglia del fiume Cernaia.
Quando la guerra finì, al Congresso di Parigi del 1856, Cavour poté sedere alla pari con i capi degli altri paesi europei ai quali presentò la triste situazione dell’Italia. Il più sensibile al problema italiano fu Napoleone III ma, il 14 gennaio 1858, un repubblicano, Felice Orsini, condizionato da un francese Simon Bernard, con lui in esilio a Londra e che non perdonava a Luigi Napoleone di essere divenuto imperatore, tradendo i suoi ideali giovanili, attentò alla vita di Napoleone mentre egli si stava recando all’Opera insieme a sua moglie Eugenia.
I reali rimasero incolumi ma ci furono oltre centocinquanta tra morti e feriti. Fu fermato Orsini, insieme a Giovanni Andrea Pieri (entrambi ghigliottinati, pochi mesi dopo) e dal carcere l’italiano inviò a Napoleone III alcune lettere struggenti chiedendo solo che egli, pur non perdonando, “aiutasse l’Italia”, E Napoleone III, che rimase molto colpito dalle lettere di Orsini, pochi mesi dopo, nei cosiddetti patti di Plombières (dal nome del luogo in cui l’imperatore prendeva le acque) firmò un accordo con il Piemonte, in base al quale si stabilì che la Francia, in una guerra contro l’Austria, sarebbe intervenuta a patto solo che il Piemonte non attaccasse ma fosse attaccato e, in cambio, Napoleone III avrebbe potuto annettersi Nizza e la Savoia, appartenenti al regno di Piemonte e Sardegna.
La guerra scoppiò nel 1859, anche per merito di Cavour che, ammassando truppe sul Ticino al confine con il Lombardo Veneto, innervosì gli austriaci al punto che mandarono al Piemonte un ultimatum che fu il “casus belli” della nostra II guerra di indipendenza.
Le truppe italo-francesi conseguirono molte vittorie come a Montebello, Palestro e Magenta ma fu soprattutto con le battaglie di San Martino (i piemontesi) e di Solferino (i francesi) che venne fiaccata la resistenza austriaca.
Intanto, Napoleone III e Vittorio Emanuele II entravano trionfalmente a Milano (particolare curioso: venne suonato non l’inno di uno dei due paesi ma un canto popolare “la bella Gigogin” per evitare complicazioni politiche su quale dei due inni sarebbe stato suonato prima).
Tutto sembrava andare bene, come i disegni di Cavour avevano creato, quando, improvvisamente, il 9 agosto del 1859, l’imperatore francese, senza avvisare l’alleato, firmò a Villafranca un trattato con l’Austria in cui gli austriaci avrebbero ceduto la Lombardia al Piemonte trattenendosi il Veneto che sarebbe stato poi annesso all’Italia nel 1866.
Cavour, adiratissimo stava per dare le dimissioni da primo ministro ma ne fu trattenuto da Vittorio Emanuele II che, in una delle poche volte nella vita seppe dare prova di pazienza e di lungimiranza e convinse Cavour a restare.
Nel 1860 il 5 maggio, Cavour, segretamente d’accordo con Garibaldi, fece trovare davanti allo scoglio di Quarto, vicino Genova, due navi, il Piemonte e il Lombardo, su cui il generale si imbarcò, con circa 1000 volontari, per andare a conquistare il Regno delle Due Sicilie.
E, in questa pagina di storia del nostro Risorgimento c’è un fatto curioso: perché la flotta inglese che pattugliava le coste della Campania e della Sicilia, ufficialmente a difesa della casa reale dei Borboni, lasciò passare, senza colpo ferire, i due malandati vascelli di Garibaldi che oltretutto era partito quasi senza armi e si era dovuto fermare al forte Talamone e a Orbetello nello Stato Pontificio per impadronirsi di moschetti da distribuire ai suoi?
Sbarcato a Marsala, Garibaldi vinse a Calatafimi, Palermo, Milazzo, attraversò lo stretto e giunse facilmente a Napoli, mentre re Francesco II e la regina Sofia, si ritiravano e, dopo la sconfitta del loro esercito nella battaglia di Volturno, si chiusero nella fortezza di Gaeta in un ultima disperata, inutile resistenza.
Mentre Garibaldi che, appena sbarcato in Sicilia aveva annunciato nel proclama di Salemi che l’occupava “per nome e in conto del re d’Italia”, era a Napoli, venne raggiunto da Mazzini che tentò, con ogni mezzo e inutilmente, di convincerlo a fare del Regno delle Due Sicilie una repubblica.
Garibaldi rifiutò la proposta di Mazzini e, dopo il Volturno, continuò con i suoi (ormai molto più di mille) ad avanzare verso Nord perché il suo scopo era giungere a Roma, a quella Roma da cui sconfitto, dopo la fine della Repubblica romana del 1849, era fuggito, trascinando con Nino Bixio, la moglie Anita, in attesa di un bambino e ormai morente (si spense pochi giorni dopo nelle Valli di Comacchio).
Cavour, dal Piemonte, vedeva con sempre maggior preoccupazione l’avanzata di Garibaldi, in quanto lo Stato Pontificio era sotto la protezione di Napoleone III per cui, ove il generale fosse entrato nei territori del Papa re (sempre Pio IX), un suo intervento dalle conseguenze incalcolabili sarebbe stato sicuro. Cavour, per bloccare una situazione ormai esplosiva, mandò, verso Garibaldi, Vittorio Emanuele e l’esercito piemontese. All’incontro (non è sicuro avvenisse proprio a Teano comunque nelle vicinanze) Garibaldi consegnò al re il Regno delle Due Sicilie (cui seguiranno varie richieste di annessione da ogni parte d’Italia) chiedendo solo che i suoi Mille venissero integrati nell’esercito sabaudo con il grado che avevano avuto durante la spedizione. Il re accettò ma l’esercito piemontese attuò una spietata selezione lasciando molti scontenti.
E furono soprattutto questi scontenti che, quando nel 1862, Garibaldi chiamò a raccolta i suoi per tentare di riavanzare verso Roma che risposero al suo appello. Vennero fermati all’Aspromonte dalle truppe del generale Cialdini e Garibaldi venne ferito a un piede: l’esercito regolare sparò mentre il generale aveva dato ordine ai suoi di non sparare. Garibaldi, catturato, venne arrestato e poi ricondotto a Caprera, l’isola in cui si era rifugiato dopo la spedizione dei Mille.
Garibaldi riprovò a conquistare Roma con i suoi fedeli nel 1867 ma venne fermato a Mentana e (ironia della sorte!) quando Roma venne finalmente presa il 20 settembre 1870, perché Napoleone III, sconfitto a Sedan dai prussiani, non era più in grado di difenderla, il generale era a Caprera.
Il regno d’Italia era già nato e precisamente il 15 marzo 1861 e il 6 giugno dello stesso anno si spense Cavour, l’uomo dalle grandi visioni politiche cui più che altri si deve l’unione dell’Italia.
E le visioni politiche di Camillo Benso Conte di Cavour erano così ampie al punto che egli, prevedendo le difficoltà socio-politiche della reale unione delle popolazioni italiane, aveva pensato (per primo!) a una sorta di federalismo “ante litteram”, demandando alle varie regioni la gestione economica dei loro territori. Ma morì troppo presto e il successivo governo, il cui primo ministro fu Bettino Ricasoli, riportò tutto il potere, allo Stato centrale con i risultati che, ancora oggi si vedono nel nostro Paese.
Finiva così il periodo della lotta in nome di un’Italia o monarchica o repubblicana e nessuno seppe gestire bene “una pace” che, in effetti, nel nostro paese non ci fu. Si riaffermarono i giochi della “politica politicante” ed è per questo motivo che Domenico, uno dei protagonisti del film di Martone, afferma, alla fine della storia quando è un cinquantenne senza più entusiasmi e speranza: “Noi credevamo!”
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Spunti di Riflessione:
di L.D.F.
1) Al Congresso di Vienna del 1815 si aprì, in Europa, il periodo di grandi restaurazioni delle vecchie case regnanti. E in Italia? E’ giusto affermare che la nostra penisola cadde quasi completamente in mano all’Austria o per possesso diretto (il Lombardo Veneto) o per motivi di parentela e di affinità? Approfondite l’argomento.
2) I tre protagonisti del film, Domenico, Salvatore e Angelo di estrazione socio-familiare diversa (il primo figlio del popolo, gli altri appartenenti alla piccola nobiltà locale) vivono nel Cilento (Regno delle Due Sicilie), nel 1825 (anno in cui inizia il film), governato da Ferdinando I di Borbone. Approfondite le vostre conoscenze su questo monarca e sul suo metodo di governo.
3) Sempre all’inizio del film, Angelo, Domenico e Salvatore assistono alla decapitazione di due banditi, i fratelli Capozzoli che hanno capeggiato una rivolta contro il governo borbonico. Il fenomeno del banditismo al sud dell’Italia si perde nella notte dei tempi. Quando il Regno delle Due Sicilie nel 1860, dai Borboni passò ai Savoia perché il banditismo in zona ebbe una recrudescenza? Approfondite l’argomento.
4) La Giovane Italia, società segreta, fondata da Giuseppe Mazzini nel 1831 può essere considerata alla sua nascita, un’affiliata alla ben più potente Carboneria?
5) Mazzini nel 1834 pianificò una rivolta contro la monarchia sabauda, coinvolgendo anche Giuseppe Garibaldi. La rivolta fallì e tutti i congiurati riuscirono a riparare all’estero. Perché, tra questi, Garibaldi che partì per il Sud America, fu condannato a morte?
6) Antonio Gallenga, altro affiliato della Giovane Italia, aveva, nello stesso periodo, organizzato un attentato alla vita di Carlo Alberto che fallì miseramente. Quanto, dopo la nascita del Regno d’Italia, quando Gallenga fu eletto al Parlamento, questo antico fatto giocò sulla sua vita politica?
7) Angelo, Salvatore e Domenico partecipano al moto rivoluzionario mazziniano del 1834. Quando questo fallisce qual è la diversa reazione dei tre giovani?
8) Quando e in chi dei tre l’ideale politico, perseguito e non raggiunto, si trasforma in pura violenza? E con quali tragici effetti?
9) Il 1848 è l’anno della grande svolta politica in Europa, legata alla reazione dei popoli che chiedono che vengano riconosciuti i loro diritti dai governi cui sono soggetti. In Italia sono concesse alcune costituzioni. Quante furono e chi furono i sovrani che le emanarono?
10) Perché la concessione della costituzione, nello Stato Pontificio da parte di Pio IX, portò alla ribellione del popolo e alla nascita della Repubblica romana? Appronfondite l’argomento.
11) Perché a Milano, dal 18 al 22 marzo 1848, si scatenò tra il popolo e gli austriaci una lotta senza esclusione di colpi? Non sapevano i milanesi che, essendo il Lombardo Veneto annesso all’Austria, mai e poi mai avrebbero avuto una costituzione?
12) Le cinque giornate di Milano spinsero Carlo Alberto, re di Sardegna, a dichiarare guerra all’Austria. Quale fu lo svolgimento di tale guerra nel 1848 e nel 1849 e quali furono le ragioni essenziali della sconfitta del Piemonte?
13) I Borboni del Regno delle Due Sicilie guardarono con una velata preoccupazione i sommovimenti nel resto d’Italia nel 1848 e, negli anni seguenti, controllarono più attivamente ciò che accadeva nel loro territorio. E’ per questo motivo che Domenico cadde in un’imboscata che gli costò molti anni di carcere?
14) In carcere Domenico incontra il Duca Sigismondo di Castromediano che lo aiuta a sopravvivere con la forza della sua amicizia e con l’ammirazione che gli ispira nel perseguimento dei suoi ideali. Molti anni dopo Domenico, ormai libero, stanco e invecchiato rincontrerà il Duca. Quando, come e perché Domenico, alla fine dell’incontro, dice (e si dice): “Noi credevamo”?
15) Cristina di Belgioioso fu una donna molto legata a tutti i patrioti che volevano l’Unità d’Italia. Quale rapporto la legò a Domenico nei lungi anni della loro amicizia?
16) Quando i patrioti repubblicani si rendono conto che solo attraverso una politica, come quella perseguita dal Primo Ministro del Piemonte, Camillo Benso di Cavour si potrà giungere all’Unità d’Italia non repubblicana ma monarchica? E qual è la reazione di Domenico di fronte a questa presa di posizione dei suoi compagni?
17) Quando, come e perché Angelo, in esilio a Londra, lascia la Giovane Italia e si unisce al francese Simon Bernard e a Felice Orsini? Perché Bernard odia Napoleone III, dal 1852 imperatore dei Francesi?
18) Orsini, nel gennaio 1858, compì un attentato dinamitardo contro Napoleone III. L’imperatore rimase incolume ma più di centocinquanta persone perirono e rimasero ferite. Orsini, con il suo attentato corse il rischio di far cadere la sottile costruzione della politica perseguita da Cavour fin dal 1855. Quali furono gli avvenimenti che, dal 1855 al 1858, coinvolsero il Piemonte e la Francia?
19) Orsini (nel film e nella realtà storica) fu condannato al patibolo insieme con Angelo che, in effetti, fu il repubblicano Giovanni Andrea Pieri. Quale fu il comportamento di Orsini quando si rese conto dell’errore commesso?
20) Nonostante l’attentato, a Plombières sempre nel 1858, vennero firmati patti tra la Francia e il Piemonte che contenevano clausole ben precise per ambo le parti. Quali erano queste clausole?
21) Effettuate ricerche sulla II guerra di indipendenza che fu dichiarata e si concluse nel 1859 con il Trattato di Villafranca tra la Francia e l’Austria, senza coinvolgere il Piemonte. Comunque l’Austria fu costretta a concedere una delle due regioni italiane sotto il suo dominio. Quale?
22) Nel 1860 Garibaldi sbarca con i suoi Mille in Sicilia per conquistare il Regno delle Due Sicilie, come egli afferma nel proclama di Salemi “in nome e per conto del re d’Italia”. Riguardo alla spedizione dei Mille sarebbe il caso di farsi alcune domande:
a) Il Piemonte e il Lombardo, le due navi della Società Rubattino di Genova, erano nella rada di Quarto in base a un accordo segreto tra Cavour e Garibaldi?
b) E’ per l’accordo di cui parliamo nella domanda precedente che Garibaldi fece il proclama di Salemi?
c) Perché la flotta inglese che avrebbe dovuto difendere le coste del regno borbonico, lasciò passare impunemente i garibaldini?
d) Perché Mazzini raggiunse a Napoli il generale? Qual era la proposta che egli portava a Garibaldi e perché Garibaldi rifiutò?
e) Perché Cavour inviò al Sud, dopo la vittoria definitiva del generale, l’esercito piemontese al comando del re in persona, Vittorio Emanuele II? Quali erano i suoi timori?
f) Garibaldi consegnò il Regno delle Due Sicilie nelle mani di Vittorio Emanuele chiedendo nulla per sé e un accordo per i suoi garibaldini che venne disatteso, più che dal re, dall’esercito piemontese. Quale era questo accordo che generò tra molti dei Mille rabbia e dispiacere?
23) Nel 1862 Garibaldi la cui massima aspirazione era conquistare Roma, con un manipolo dei suoi ex garibaldini, nel tentativo di raggiungere la città, venne fermato all’Aspromonte e venne ferito. Il Generale, dopo essere stato arrestato per breve tempo, fu rimandato a Caprera. Quale fu invece la sorte di coloro che lo avevano seguito tra cui c’era anche Domenico?
24) Chi è Saverio, il ragazzo che Domenico conosce durante la sfortunata spedizione garibaldina del 1862 e quale sarà la sua sorte?
25) Garibaldi, nel 1867, ritentò di raggiungere Roma ma fu fermato a Mentana. Dov’era il Generale quando nel 1870, i bersaglieri aprirono la breccia di Porta Pia ed entrarono a Roma?
26) Perché, secondo la vostra opinione, Garibaldi cercò con ogni mezzo di conquistare Roma? A quali ricordi, a quali dolori era legata questa sua aspirazione? Vi dice niente il 1849?





